“I Rioni dell’Arte”: la creatività “abita” a Napoli.
I Rioni dell’Arte rappresentano una scommessa: portare l’arte contemporanea nelle scuole come metodo di didattica e strumento di comprensione e riuscire a creare un’opera “ibrida”, frutto della collaborazione fra artisti e ragazzi, segno tangibile di un “territorio” comune di appartenenza e di conoscenza di sé e dell’Altro.
La proposta, lanciata nel 2008 dall’artista Antonio Biasucci e raccolta (promossa) da Aporema, l’associazione che si occupa di divulgare i linguaggi dell’arte contemporanea nei luoghi “non deputati” — fondata da Giuseppe Fiorito, Antonio Manzoni e Antonello Scotti più di dieci anni fa — e con il sostegno della “Fondazione Banco di Napoli Assistenza all’infanzia“, è il segno tangibile della loro profonda convinzione che l’arte possa essere motore emotivo del cambiamento, di riscatto o anche solo di crescita, sociale ed individuale. In quanto scommessa la posta è alta, d’azzardo, forse, per una città come Napoli che sembra essere, almeno apparentemente, un condensato iperbolico dei mali che affliggono tutta la comunità sociale, di ogni ordine e provenienza: individualismo, approssimazione, disgregazione sociale, ignoranza — nel senso di non-conoscenza di sé e dell’altro — “vizi” che, sappiamo bene, ormai sono comuni a tutta la società, che lentamente si sta svuotando della sua memoria, della capacità di collaborazione e solidarietà e di quelle risorse preziosissime che ne garantiscono l’evoluzione. L’arte, in un contesto come questo, allora, potrebbe apparire superflua, addirittura inutile. E qui sta la scommessa, il desiderio di portare l’arte e la creatività, fuori dagli ambienti ovattati delle gallerie o dei musei, e di offrirla come risorsa “naturale” alla portata di tutti, come linguaggio, o meglio sguardo con cui ri-guardare le cose per aprire possibilità, nuove strade da percorrere. La ricerca di Aporema e de “I Rioni dell’Arte”, perché di ricerca si tratta, ha scelto per la sua “indagine sul campo” la scuola, il terreno più fertile e maltrattato di una comunità che pare avere sempre meno da offrire ai suoi ragazzi, al suo futuro. Aporema, con Biasucci, lancia un appello in cui invita gli artisti e tutti gli operatori culturali ad “adottare” una classe. Qui comincia la capacità di collaborazione, la prima “sfida” vinta. Molti artisti hanno aderito poi con entusiasmo al manifesto-appello, dimostrando così e mostrando, un bisogno, il desiderio “latente” e forse inespresso, di chi fa arte, di entrare nel quotidiano, di “scendere” fra le persone e intraprendere un dialogo diretto, immediato, non filtrato dal sistema dell’arte o dall’impronta delle gallerie. L’arte, dunque, può non essere appannaggio di pochi “addetti ai lavori” . Va compresa, certo, nel suo processo o nella padronanza delle tecniche o del progetto, ma è risorsa com- unicabile. Seconda sfida vinta.
Gli artisti Betty Bee, Antonio Biasiucci, Bianco-Valente, Perino e Vele, Patrizio Esposito, Raffaela Mariniello, Peppe Perone, Ernesto Tatafiore, Oreste Zevola, Marisa Albanese e gli scrittori Franco Arminio, Maurizio Braucci, Silvio Perrella, i musicisti Maria Pia De Vito e Gennaro T. (percussionista degli Almamegretta), hanno incontrato i ragazzi delle scuole scelte in diversi rioni napoletani e hanno cominciato a dialogare con loro, alcuni lavorando su temi legati alla città e al territorio dove essi vivono, altri sulle emozioni più personali ed intime dei ragazzi e dei bambini coinvolti.
Biasiucci lavora con il gruppo Zoone, associazione fondata dagli utenti del centro diurno di salute mentale Asl 1 di Napoli a Scampìa. Il centro ospita diverse persone con disagi psichici, più o meno intensi. Biasiucci li invita a confrontarsi con la macchina fotografica per provare a ricostruire il loro percorso esistenziale, la loro storia, attraverso un ricordo, un’emozione, racchiuse e raccontate in un’immagine. L’artista, senza invadenza, guida i suoi “allievi”, attraverso la consapevolezza dello “sguardo” in un percorso di analisi, anche profonda. Forse, il laboratorio a Scampìa è la scommessa più riuscita di questo progetto, così aperto che ancora non se ne conoscono tutte le potenzialità di “empowerment” e l’importanza sociale, di consapevolezza e conoscenza di sé, addirittura terapeutica.
Le opere, dette “ibride”, per quella capacità di fondere gli stili e i linguaggi dei ragazzi e degli artisti e per il loro “non appartenere” più solo alla creatività del singolo ma ad un’energia collettiva in trasformazione, hanno lentamente e con la partecipazione di tutti, preso forma e vita, traducendo in linguaggio visivo le emozioni, il bisogno di risposte e anche i disagi o i sogni dei giovani protagonisti, fino alla loro presentazione ufficiale al Museo MADRE, partner intelligente dell’operazione. Altra vittoria: il museo si apre al territorio e ne accoglie gli umori e le domande.
Il processo avviato da i “Rioni dell’Arte”, come operazione sociale di trasformazione, è però un processo sottile e lento, ancora in evoluzione e gli effetti, instillati come un vaccino, non sono tutti immediatamente visibili. Hanno bisogno di tempo, maturano a poco a poco, evolvono, forse, nelle coscienze di tutti quei ragazzi e bambini che insieme ai loro genitori o agli insegnanti e ai mediatori, hanno avuto modo e continuano a farlo, di avvicinarsi al mondo dell’arte contemporanea, come vocabolario emotivo a cui attingere, non solo come fruitori passivi, ma come attori di una creatività — diversa forma di conoscenza, simbolo della possibilità di cambiamento — che già vive dentro di loro. Di noi.
Beatrice Salvatore